Capita spesso che, quando la critica cinematografica si fa unanime ed inneggia al “capolavoro” o al gioiellino, non sempre il pubblico, quello di massa, si trova d’accordo e supporta la prodezza d’autore andando al cinema ed affollando le sale: non sembra affatto quello che sta succedendo a “Veloce come il vento“, che nel primo week end di programmazione ha esordito secondo al botteghino con un boom di incassi di ben 708.000 euro.

E non è neanche il caso di quando i giudizi positivi gonfiano troppo le aspettative: il film di Matteo Rovere con Stefano Accorsi è meritevole di tutta la buona pubblicità ed il sano passaparola che gli stanno facendo intorno, ed i motivi sono veramente tanti. Ma partiamo con ordine:

La recensione di Veloce come il Vento

 

Il cast è capitanato da Accorsi, che qui interpreta Loris De Martino, un ex campione di rally degli anni ’80 soprannominato “Il ballerino“. Molti lo hanno definito “in stato di grazia” perché, in effetti, differentemente dai soliti ruoli romantico-drammatici in cui siamo abituati a vederlo, stavolta confeziona un personaggio assolutamente originale non solo per la sua carriera, ma proprio per la cinematografia nazionale, e lo fa con un’interpretazione viscerale, coinvolgente. Il passato glorioso di Loris, il decadimento morale, il tunnel del crack, l’amore disperato per una ragazza più disperata di lui, l’attitudine approfittatrice che si trasforma in una nuova, sincera occasione: tutto riesce ad esprimersi attraverso l’estremizzazione del dialetto romagnolo dell’attore, i suoi sguardi vacui alternati ai guizzi di orgoglio, rivalsa, che poi ripiombano del buio più totale e, successivamente, provano nuovamente ad uscire alla luce.VCIV_S.ACCORSI casale_MGL8204

Questo, probabilmente, definisce uno degli aspetti più interessanti di Veloce come il vento: nonostante una trama abbastanza lineare e percorsi personali dei personaggi narrativamente prevedibili (il fratello inaffidabile che dopo un’iniziale diffidenza conquista la fiducia della sorella minore), il reale evolversi delle situazioni lascia sempre un po’ a bocca aperta, riesce a sorprendere schizzando fuori dalle righe o salendo sul cordolo stradale (per entrare un po’ nell’atmosfera da rally) per poi riscendere, correre a perdifiato, riallinearsi con l’asfalto, ma lasciando dietro di sé una scia di autentico stupore.

Il merito di questo continuo e piacevole effetto sorpresa è anche soprattutto di Matilde de Angelis, la protagonista femminile della pellicola, la pilota in ascesa Giulia de Martino: il suo stile, che normalmente ricorda una sbarazzina cantautrice parigina (come potete osservare nella foto), qui crea la perfetta immagine di una ragazza determinata, forte sia fisicamente che moralmente, pronta a mettersi in discussione ma anche affascinantemente fragile e giovane.

Recensione Veloce come il Vento

Il suo sguardo profondo e vivo rapisce lo spettatore dal primo all’ultimo minuto e la maestria che il suo personaggio dimostra nel guidare (che siano auto pericolose, due ruote malandati o macchine da città), la rende una vera e propria eroina del grande schermo. Chiude l’intimo circolo il piccolo Nico, il fratello più giovane che, grazie alla sua deliziosa evoluzione psicologica, ci regala in più occasioni dei momenti degni del più delicato cinema teen/indie (quasi alla Juno e Kings of Summer) come ad esempio la bella scena della piscina.

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Infine, oltre all’approfondita caratterizzazione dei personaggi e all’interessante avvicendarsi degli eventi, gli elementi cardine di Veloce come il Vento attorno ai quali ruota tutta la potenza della pellicola sono due: l’apparato sportivo e l’incredibile colonna sonora che anima le sequenze. In un’intervista del backstage Stefano Accorsi ha dichiarato che il bello di questo film è che “non si parla semplicemente di auto da corsa o di una famiglia di piloti“, si racconta un dramma personale: ebbene, anche il contrario è vero. La storia della famiglia De Martino poteva essere rappresentata in diversi tipi di contesti, ma il fatto che Matteo Rovere abbia scelto il mondo dell’automobilismo, del rally e delle corse clandestine ha permesso alla sua opera di diventare di genere, unica e animata da picchi di adrenalina e valori sportivi, ottimi per arricchire la natura dei personaggi e le dinamiche familiari.

Per quanto sia inutile fare paragoni, il primo film che viene in mente quando si pensa a Veloce come il vento è lo splendido Rush di Ron Howard, che è riuscito allo stesso modo a narrare una difficile storia (in quel caso la vicenda reale di Niki Lauda e James Hunt) piazzandola sulle corsie ad alta velocità delle piste automobilistiche internazionali.

Il punto di forza della pellicola di Matteo Rovere

La colonna sonora però, più di tutto, merita una menzione speciale perché è il primo, importantissimo moto in cui viene coinvolto lo spettatore: dall’alternative rock degli Awolnation (band inglese autrice della celebre hit Sail, qui musica di accompagnamento ai duri allenamenti di Giulia) al post-rock più adrenalinico fino ad arrivare alla Synth Wave (sullo stile di Drive, il bellissimo film di Nicholas Winding Refn con Ryan Gosling).

Insomma, automobili, circuiti adrenalinici, ritmi scuri, profondi e veloci come il vento, al punto che due ore passano in un attimo e si resta così, col fiato corto per aver provato a star dietro a tutte le manovre da capogiro. E ci si ferma a pensare: sarà che davvero il cinema italiano ha deciso di lucidarsi le scarpe e procedere a testa alta nel mercato internazionale? Dopo Lo Chiamavano Jeeg Robot, Non Essere Cattivo e Perfetti Sconosciuti, Veloce come il Vento è un’altra bella conferma che i registi italiani – non solo i nomi classici, ma anche una nuova, interessantissima generazione, quella di Gabriele Mainetti e Matteo Rovere- hanno voglia di puntare in alto, di creare prodotti curati nei minimi dettagli, moderni, connotati da un’anima italiana ma assolutamente pronti per essere esportati.

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