È un melodramma sulla maternità e l’abbandono che appassiona, confonde e annoia lo spettatore Angel Face, commovente e scomodo esordio che Vanessa Filho ha presentato nella sezione Un Certain Regard alla scorsa edizione del Festival di Cannes. Verrebbe da dire che in questa storia di dipendenze, maltrattamenti e alcolismo infantile la regista francese abbia sbagliato per eccesso. Pur raccontando di forti emozioni date spesso per scontate, Angel Face a volte riesce a trovare qualcosa di stimolante da dire. Specie su un tema ostico come il desiderio di piacere, di amare ed essere amati dagli altri.

Angel Face recensione

D’altronde se a girare il film c’è una debuttante che con la sua sceneggiatura ha convinto Marion Cotillard a non chiudersi nell’apatia che stava vivendo, un motivo d’interesse ci sarà. Non è insomma in dubbio la qualità del film, anzi, forse è parte del suo problema: c’è troppo di ben fatto e ben girato in quest’opera prima, che sembra non particolarmente credibile e troppo sistematica.

Angel Face, la recensione

Il punto forte e l’ancora di salvezza di Angel Face, come suggerito sin dal trailer, sono le sue protagoniste. Vanessa Filho, influenzata dal cinema di John Cassavetes, plasma Cotillard sul modello Gena Rowlands. Capelli biondo platino e unghie laccate, tatuaggi e abiti sgargianti, la sua Marlène succhia le sigarette che fuma, ingolla litri di vino e consuma inconsapevolmente la sua vita. La regista sceglie di affiancarle la rivelazione Ayline Aksoy-Etaix: con i suoi occhi penetranti e il suo aspetto inquietante, la piccola Elli, 8 anni, è la figlia (senza padre) che Marlène ama ma non vuole intorno.

Nel giorno del suo matrimonio, Marlène comincia a bere sin dalle prime ore del mattino. Bicchiere dopo bicchiere, ubriaca fradicia, finisce per farsi sbattere nella cucina del ristorante da un perfetto sconosciuto. Sotto gli occhi del neo-marito e della figlia. Si apre così il dramma di Angel Face; travolta da un sentimento oscuro e impossibile da decifrare, Marlène è stata assolutamente sincera. Fin da subito.

Angel Face recensione

Qualche sbronza dopo, il film pigia sul disperato grigiore che cala sulle due. Lo sfondo è un piccolo paese della Costa Azzurra. Marlène vuole vivere libera e non accetta gli sguardi di biasimo degli altri. Elli, che replica i comportamenti della mamma, comincia a bagnarsi le labbra col merlot. Poi continua sgolando i fondi dei cocktail quando accompagna la madre in discoteca. Sono due anime erranti prive di ogni punto di riferimento, che si aggrappano alla vita cercando di non rimanere sole. Fino a quando Marlène non compie il gesto più estremo: abbandona la sua faccia d’angelo pensando che sia abbastanza grande e in grado di cavarsela da sola.

Angel Face fino all’eccesso

Il vero limite di Filho – che gira bene tra realismo sociale ed estetica manierata – è di non essere Debra Granik o i fratelli Dardenne. Autori che sanno rendere risonante la componente fortemente drammatica delle storie che raccontano. In Angel Face invece la regista rischia di cadere nel ricatto morale, in un naturalismo scandalosamente inventato. Il gioco di specchi tra madre e figlia, la loro relazione struggente e passionale esaltata dalla chimica perfetta tra le due attrici, è incapace di coinvolgere fino in fondo.

Angel Face recensione

Come film fallimentare però Angel Face rimane a tratti intrigante. La battaglia spietata tra i due ego in campo resta impressa. Anche quando nella vicenda entra Julio (Alban Lenoir), un ex tuffatore solitario nel quale Elli ritrova uno straccio di figura più o meno paterna alla quale aggrapparsi. Insomma, Angel Face è un film pieno di difetti, ma che comunque fa venir voglia di scoprire cosa combinerà in futuro Vanessa Filho. Al cinema dal 25 ottobre, distribuito da Sun Film Group.

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