Black Panther è un film che dovrebbe segnare una svolta. La Marvel ci ha finalmente donato il suo primo supereroe nero. Un momento significativo per Hollywood e non solo. In fondo, gli afroamericani contano sempre di più nella Mecca del cinema. Così, carico di aspettative, da Captain America: Civil War nasce il cinecomics che, per la stampa statunitense, salverà i blockbuster.

Con Daniel Kaluuya che arriva a dire “Black Panther cambierà il mondo” e Forest Whitaker che rincara la dose esclamando “è qualcosa che non si è mai visto prima”. Il coro unanime sui media (97% di giudizi positivi sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes) fa pensare all’effetto Wonder Woman. E alimenta i sospetti di chi grida al complotto della Disney, che comprerebbe i critici per i film Marvel.

Black Panther
Lupita Nyong’o, Chadwick Boseman e Letitia Wright

Dietrologie a parte, il personaggio creato da Stan Lee e Jack Kirby nel 1966 si guadagna il suo primo standalone diretto da Ryan Coogler. Il giovane regista californiano rimette insieme il suo team di lavoro, composto dalla direttrice della fotografia Rachel Morrison (Fruitvale Station), la scenografa Hannah Beachler (Creed) e il montatore Michael Shawver per questa storia che affronta di petto i temi più sentiti nella comunità afro-americana: la rappresentazione e l’identità, le scorie del colonialismo e il razzismo istituzionalizzato, le colpe dei padri e il destino segnato dei figli.

Chadwick Boseman, già alle prese con altri due iconici personaggi black (la leggenda del baseball Jackie Robinson in 42 e il re del soul James Brown in Get On Up), è T’Challa, erede al trono del futuristico regno di Wakanda. Un paese meraviglioso e tecnologicamente avanzato, il cui segreto sono i giacimenti di vibranio, un metallo che piega le leggi della fisica alla sua volontà. Re T’Chaka ha protetto per anni questo Eldorado dal mondo esterno. Cosa farebbero in Occidente se scoprissero che col vibranio è possibile produrre armi di distruzione di massa e persino guarire ogni tipo di malattia? Ma quando il genitore muore, T’Challa è chiamato ad una difficile scelta: proseguire in questo dorato isolazionismo o aprirsi al mondo.

Black Panther, arriva il primo supereroe nero

Decisione sulla quale nulla possono l’ex fidanzata Nakia (Lupita Nyong’o), la madre Ramonda (Angela Bassett), la sorella high-tech Shuri (Letitia Wright), lo zio sciamano Zuri (Forest Whitaker), il regnante W’Kabi (Daniel Kaluuya) e la leader dell’esercito wakandiano Okoye (la meravigliosa Danai Gurira, il personaggio più riuscito del film). Men che meno l’amico agente della CIA Ross (Martin Freeman). Soprattutto quando spunta un segreto dal passato pacifista di T’Chaka: il nipote Killmonger (Michael B. Jordan), soldato black-ops che ha vissuto sulla sua pelle il segregazionismo dei ghetti e aiutato dal trafficante Klaue (Andy Serkis), è pronto a riconquistare ciò che gli spetta.

Nulla di nuovo sotto il sole? Non proprio. Perché Black Panther offre due ore abbondanti di rutilante spettacolo, inseguimenti a rotta di collo (marcati dall’esplosiva colonna sonora di Kendrick Lamar), vibranti corpo a corpo e dilemmi atroci. Cosa non funziona allora? Il film è manchevole di una vera personalità e si dimostra incapace di mettere il cinecomics al servizio di una propria autonoma mitologia. Resta “soltanto” un ottimo film d’intrattenimento, minato da una drammaturgia che non convince fino in fondo e da un’insostenibile correttezza politica. Insomma, Hollywood vuole redimere se stessa e il senso di colpa bianco dopo la campagna #OscarsSoWhite (nel 2015 e nel 2016 nessun attore nero candidato all’Oscar) e l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Ma a quando un film sul primo supereroe nativo americano?

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