Dogman di Matteo Garrone, in Concorso al Festival di Cannes (10 minuti di applausi alla proiezione ufficiale al Grand Théâtre Lumière) e al cinema dal 17 maggio, è un film che non concede tregua. Non c’è un barlume di speranza nella storia di Marcello e Simoncino, liberamente ispirata al caso di cronaca del Canaro della Magliana e ambientata dal regista romano in un immaginario villaggio da vecchio West (la spiaggia di Bagnara e il Villaggio Coppola di Castel Volturno, già set di L’imbalsamatore e in parte di Gomorra).

Dogman: Garrone, la violenza e la paura di oggi

Marcello (la rivelazione Marcello Fonte, scoperto da Garrone come “custodattore” del Nuovo Cinema Palazzo di Roma) è un uomo buono e mite, tenero e impaurito, affettuoso e un po’ infantile. Ha una figlia a cui vuole tanto bene (specie quando si immergono in esplorazioni subacquee) e soprattutto ama i cani, che lava, nutre e coccola nel suo negozio di toelettatura. Un Buster Keaton di periferia, che ci tiene ad apparire amabile anche agli occhi degli altri. “A me qua mi vogliono tutti bene nel quartiere”, ripete pensando agli amici di calcetto (il compro oro e il gestore della sala slot, interpretati dagli ottimi Adamo Dionisi e Francesco Acquaroli).

La sua spasmodica ricerca di riscatto, tra piccoli furti e cocaina, lo porta sulla strada di Simoncino (un eccezionale Edoardo Pesce, trasfigurato in corpo e volto), ex pugile violento e prepotente, cui la coca brucia il cervello. Vittima e carnefice, debole e forte, sopraffatto e aguzzino. Fino a quando la misura è colma e Marcello arriva a farsi un anno di carcere per proteggere il compagno, che prontamente gli volta le spalle. Tornato in libertà, disprezzato da chi gli era vicino, Marcello non può far altro che dire per la prima volta di no.

Dogman Matteo Garrone
Marcello Fondato e Edoardo Pesce (foto: Greta De Lazzaris / 01 Distribution)

Dogman: Matteo Garrone a Cannes e al cinema dal 17 maggio

Fotografato meravigliosamente in toni cupi, lividi e minacciosi da Nicolaj Brüel, Dogman trascende il cruento caso di cronaca che lo ha ispirato (Rabbia Furiosa di Sergio Stivaletti arriverà al cinema il 7 giugno) e diventa un film sul senso di responsabilità, sulla fascinazione del male, sulle “conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere”, sulla realtà che abitiamo e quella immaginata, che pensiamo di vivere. Una favola dark (a riallacciare il nodo del Racconto dei racconti), un western metropolitano (così l’ha definito il regista stesso) che si interroga sull’accettazione di noi stessi e sulle gabbie nelle quali siamo rinchiusi.

Dogman Matteo Garrone
Marcello Fondato (foto: Greta De Lazzaris / 01 Distribution)

Il prodigio di Garrone è quello di metterci a disagio dinanzi a noi stessi, alle nostre certezze, scaraventandoci in un non-luogo universale (la sua intenzione era girare in New Mexico) che diventa terribilmente familiare. Un villaggio bagnato da pioggia e fango, dove un uomo dolce e all’antica, alterato dalla colpa, si illude di aver liberato se stesso e la sua comunità da una minaccia. Ma gli altri, incapaci di guardare, non possono che voltargli le spalle e scomparire. A questa desolante solitudine, nella quale persino gli abbracci diventano soffocanti (l’eccezionale scena di Marcello che accompagna Simoncino, ferito da un colpo di pistola, a casa della madre), noi spettatori assistiamo impotenti e sconvolti, come i cani chiusi in gabbia. Ma attenzione: “Se vi aspettate sangue, torture e morbosità, evitate il mio film – ha detto Garrone – perché qui la violenza si sente, si respira, ma è soprattutto psicologica”.

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