Il primo re di Matteo Rovere è tutto quello che solitamente i critici rimproverano al cinema italiano di non essere: ambizioso, coraggioso, dal respiro internazionale. Le recensioni che leggerete sui giornali e sul web, tuttavia, vi diranno che questo film è “fico” ma non fino in fondo. È la verità, ma anche no. Perché dobbiamo iniziare a goderci il cinema per quello che è. E il cinema che non osa, non rischia nulla, non scommette buttandosi sul piatto, è un cinema destinato a morire.

Il primo re recensione del film

Nella sua elaborazione di una leggenda, il mito fondativo di Roma, Rovere incrocia tre archetipi narrativi: la patria (ma è più corretto dire la comunità), la famiglia, la divinità. Il dibattito che si è già aperto sul “primo film italiano sovranista” fa sorridere. Bisognerebbe parlare piuttosto dell’aspirazione gargantuesca e dello sforzo produttivo di questo kolossal, che maneggia la storia di Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) incrociando l’accurata e precisa ricostruzione storica di Vikings con la visionarietà estrema e vertiginosa di Apocalypto.

Il primo re recensione

L’esperimento, da questo punto di vista, è perfettamente riuscito. Con un budget da 9 milioni di euro e un’idea di cinema fieramente italiana (il gruppo di lavoro coinvolto riunisce alcune delle più grandi eccellenze tecniche nostrane, dal direttore della fotografia Daniele Ciprì allo scenografo Tonino Zera), Il primo re è un film da vedere senza se e senza ma. L’afflato è magniloquente e mira direttamente alle viscere, complici le coreografiche scene di combattimento e le musiche di Andrea Farri. Un peplum 2.0 furioso, violento e primordiale, suggestivo e iperrealista, sporco di sangue e fango.

Rovere trasfigura il mito in carne, azione e passione. Fa parlare tutti in una lingua praticamente sconosciuta (il latino arcaico pre-romano) come a ribadire la coerenza filologica dell’operazione (storia + rielaborazione + entertaining), abbracciando i modi classici del film d’avventura e scegliendo attori non professionisti e “antropologicamente” corretti (come Florenzo Mattu, il Gesù Cristo sardo in Su Re di Giovanni Columbu).

Il primo re recensione

Il primo re uscita “solo” al cinema il 31 gennaio

La Storia è fatta col sangue, suggerisce la sceneggiatura di Francesca Manieri e Filippo Gravino, che scava nel rimosso della contemporaneità: il rapporto dell’uomo con la Natura e quindi con la Divinità. Romolo e Remo sono due semplici pastori. Due gemelli, l’uomo e il suo doppio. Il primo, nell’illuminante sequenza iniziale, invoca la Triplice, la Dea Madre, per riportare le acque del Tevere nel suo grembo. La protezione del fuoco, che Romolo ruberà per non sottomettersi al destino, non serve ad evitare l’esondazione del fiume, che travolge i fratelli, li trasforma in schiavi e poi in guerrieri.

“Un dio che può essere compreso non è un dio”, recita la citazione di William Somerset Maugham che apre il film. Remo ha l’ardire di rinnegarlo e di imporre la formazione di un ordine. Diventa un leader brutale e furibondo, che afferma il proprio amore oltre il succedersi degli eventi. In un finale macbethiano, affronterà Romolo sulla soglia del celebre cerchio sacro e la sua morte segnerà la nascita dell’impero.

Allora, cosa c’è che non va in questo film? Il primo re risente di qualche debolezza interna (perché quel passaggio così repentino di Remo da “buono” a “cattivo”?) e di una seconda parte che perde progressivamente l’esplosiva carica emotiva della prima. Il risultato è un film di tremenda efficacia e laceranti imperfezioni, imponente ma indeciso su quale strada prendere (autorialità o genere?), sempre grandioso e a volte tedioso. La sensazione è che Veloce come il vento rimanga il progetto più compiuto di Rovere, che resta comunque uno dei pochi registi italiani ad avere una visione produttiva chiara e precisa. Per questo c’è da augurarsi che il pubblico corra in sala a sostenerlo. Al cinema dal 31 gennaio, distribuito da 01 Distribution.

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