Non ci resta che il crimine perché non ci resta che piangere. Citando Troisi e Benigni ai tempi della crisi, Massimiliano Bruno si insinua nelle vite fallimentari di un gruppetto di amici catapultati in un incredibile viaggio nel tempo. Accade nella sgangherata crime comedy diretta dall’attore romano, al suo sesto film dietro la macchina da presa.

Un mix tra Ritorno al futuro, I soliti ignoti e Romanzo criminale: è questa la commistione di generi che Bruno porta sullo schermo con gli sceneggiatori Andrea Bassi, Nicola Guaglianone e Menotti. Una storia in cui si fanno largo il poliziottesco anni Settanta, parentesi fantastiche e un’idea di commedia vecchia come il mondo.

Non ci resta che il crimine recensione del film

Bisogna subito dirlo: Non ci resta che il crimine sarebbe un titolo da rapido dimenticatoio senza i suoi attori. Un tris di farlocchi davvero ben assortito (ma alle cui vite, va ammesso, non ci si appassiona mai). Sebastiano (Alessandro Gassmann), Moreno (Marco Giallini) e Giuseppe (Gianmarco Tognazzi) si conoscono da anni, sono tre spiantati in cerca di un’occasione. Moreno è appassionato di true crime e pensa di “svoltare” organizzando un tour criminale nel sottobosco della Banda della Magliana.

Per sfuggire al loro vecchio amico Gianfranco, che al contrario loro ha fatto fortuna, si infilano in una curvatura spazio-temporale che li conduce dritti nel 1982, nei giorni dei gloriosi Mondiali di Spagna. Il passaggio dal quale sono sbucati si trova proprio nel bar-quartier generale di Renatino De Pedis (Edoardo Leo), il celebre uomo del Vaticano.

Con 500mila lire comprate su eBay, i miserabili devono fare i conti con le loro inadeguatezze e la necessità di tornare a casa mentre il boss e la sua pupa (Ilenia Pastorelli “come Heather Parisi a Fantastico”) metteranno loro i bastoni tra le ruote.

Non ci resta che il crimine recensione

Non ci resta che il crimine paga il suo debito alla commedia all’italiana scegliendo come ambientazione Roma e per cast un gruppo di istrionici mattatori. Giallini e Gassmann sono una coppia ormai collaudata e fanno ancora faville dopo Se Dio vuole e Beata ignoranza. Ma Tognazzi e Leo non sono da meno e il loro inedito tandem si conferma la vera rivelazione del film.

Ben presto, infatti, il tentativo di fare sul serio e riflettere su temi “importanti” come gli spietati meccanismi del potere e l’importanza dell’amicizia, lascia il passo a pure trovate comiche da commedia di ambientazione coatta. Bruno si diverte tra musiche alla Micalizzi (composte da Maurizio Filardo), regia alla Lenzi (split-screen, rapide zoomate, montaggio spezzato) e personaggi sfigati. Fino ad un finale aperto al sequel.

Non ci resta che il crimine recensione

Non ci resta che il crimine: cast punto di forza del film

Sia chiaro, non tutto funziona: la sceneggiatura spesso arranca e non sempre colpisce a fondo perché le fondamenta sono davvero fragili. Eppure le sequenze d’azione sono azzeccate (specie la rapina in banca in costumi da Kiss e Rockets), alcune battute romanesche vanno a segno (la pippata “a gabbiano” di Tognazzi) e i quattro protagonisti strappano risate. Non c’è nulla di nuovo, è vero. Ma il risultato è godibile e leggero e ha il pregio di rimanere vivace fino alla fine del suo percorso. Dal 10 gennaio in sala con 01 Distribution.

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