Senza lasciare traccia, opera numero tre di Debra Granik (Un gelido inverno, Down to the Bone), è un film memorabile. Con linguaggio scabro e toccante, racconta l’altra faccia dell’America. Non quella dei grandi mall, dei social media e del Black Friday. Ma quella della provincia profonda, dei luoghi selvaggi lontani da tutto, dei territori neppure sfiorati dal sogno americano. Un’America che il cinema delle majors porta raramente sul grande schermo.

Senza lasciare traccia recensione

Un po’ survival movie e un po’ family drama, presentato al Sundance e poi a Cannes, Senza lasciare traccia è tratto dal romanzo My Abandonment di Peter Rock, basato a sua volta su una storia vera. Quella di Will (Ben Foster) e Tom (Thomasin McKenzie), padre e figlia. Lui è un veterano della guerra in Iraq affetto da PTSD (il disturbo da stress post-traumatico). Lei ha 13 anni ed è cresciuta senza una madre. Vivono in un accampamento a Forest Park, un grande bosco situato nelle montagne di Tualatin, alle porte di Portland, Oregon. Siamo nel nord ovest degli Stati Uniti, tra parchi sconfinati e zone a bassissima densità abitativa.

Will e Ben hanno scelto di sopravvivere in maniera autonoma fuori dalla società, abbandonata senza lasciare traccia. Vogliono godersi una vita piena, ricca e a impatto zero, possedendo nulla, rinunciando alle tecnologie, alle relazioni della nostra società consumistica e iper-connessa. È soprattutto Will a rifiutare una certa idea di civilizzazione. Nonostante ci siano molte persone pronte ad aiutarli, Will e Tom vogliono fuggire dalle pressioni della conformità e del pregiudizio.

Senza lasciare traccia, film arriva in Italia

Da parte sua, Debra Granik ha citato come influenza Prospero e Miranda di Shakespeare. “Dove vanno coloro che non sanno inserirsi all’interno delle tendenze dominanti della nostra cultura, e come se la cavano? Cosa c’è ai margini?” si è domandata la regista. La risposta è nella definizione dei due straordinari personaggi protagonisti. Nascosti dalla comunità, chiusi in un isolamento che non è solo geografico, protetto da boschi e montagne inaccessibili, ma soprattutto psicologico.

Padre e figlia si proteggono l’un l’altra. Il padre è vittima dei propri demoni e delle proprie vulnerabilità. La figlia è affascinata dal mondo che esiste lì fuori, dalle persone come lei, e affronta di petto un doloroso ma necessario percorso di crescita verso l’età adulta. Will ha insegnato a Tom tutto ciò che conosce, l’ha resa una ragazza libera, intelligente e autonoma. Tom nutre un profondo affetto per il genitore, ma al tempo stesso ha capito quale dolore lo divora e di essere diversa da lui. Il loro è un cammino di profonda scoperta e auto-accettazione.

Senza lasciare traccia recensione

Se Senza lasciare traccia è un film perfetto, è merito anche dei suoi attori. Ben Foster, già ammirato in Hell or High Water, nei due thriller di Oren Moverman, The Messenger e Rampart, e nel biopic The Program in cui ha interpretato Lance Armstrong, tratteggia un uomo silenzioso, che comunica il suo dolore attraverso lo sguardo. Straziante la scena in cui viene sottoposto ad un test attitudinale da parte dei servizi sociali: senza rispondere racconta tutti i tormenti del suo personaggio.

Thomasin McKenzie è invece un’autentica rivelazione. Giovane attrice neozelandese classe 2000, è stata scoperta da Peter Jackson e lanciata in Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate. È una bellezza arcaica dagli occhi chiari, esaltata dai consunti abiti montanari e fa di Tom un’eroina che non sarà facile dimenticare. Il resto del cast, esclusi i due caratteristi Dale Dickey e Isaiah Stone (già visti in Un gelido inverno), è composto da attori locali della zona di Portland.

Senza lasciare traccia recensione

Oltre ad essere una lucida e commovente analisi delle dinamiche familiari, Senza lasciare traccia è anche un grande affresco dell’antropologia degli Stati Uniti. Il Grande Paese è popolato da persone che cercano alternative. Dopo essere stati scoperti a Forest Park, Tom e Will vengono mandati dagli assistenti sociali in una fattoria. Will, per un crudele paradosso, lavora disboscando pini per venderli come alberi di Natale. Tom conosce un ragazzo che sogna di fare l’agricoltore e alleva conigli.

All’ennesima fuga, che inizia a incrinare il rapporto tra padre e figlia, i due si ritrovano in una cascina abbandonata nei boschi dello stato di Washington. Qui vengono “salvati” da un’altra comunità, che vive secondo natura nelle Squaw Mountains. Will impara il contatto dalle api e mostra coraggio, determinazione e un’insperata forza di volontà nel doloroso e necessario viaggio che la porta a confrontarsi con il papà. Perché l’amore prevale sulla paura. Tom, tra timori e ansie, trova la forza necessaria a lasciar andare il genitore al suo destino.

Senza lasciare traccia, Adler porta al cinema il film

Affidandosi ad una sceneggiatura essenziale e rigorosa, a una narrazione mai didascalica e a una suggestiva (e mai invadente) colonna sonora folk, Debra Granik realizza un film aperto all’ottimismo e alla speranza. Senza sensazionalismi né scene di violenza. La natura è uno specchio come in Un gelido inverno: se allora rifletteva il white trash della provincia, qui rimanda ad un nuovo possibile modo di vivere. Un film umanista e coraggioso, emozionante e scomodo, sensoriale ed elementale, ricco di pathos e pietas, senza facili uscite di sicurezza, scritto, diretto e interpretato con una delicatezza fuori dal comune. Distribuito da Adler Entertainment, Senza lasciare traccia è al cinema dall’8 novembre: ecco il trailer italiano.

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