Sono tornato, esclama Benito Mussolini appena risorto nella Porta Magica di Piazza Vittorio. Un luogo non casuale, simbolo della Roma multietnica. Luca Miniero, specialista in rifacimenti (Benvenuti al Sud e il sequel Benvenuti al Nord) e commedie campioni d’incassi (Un boss in salotto), porta al cinema il remake del tedesco Lui è tornato di David Wnendt. Un feroce apologo tratto dall’omonimo best seller di Timur Vermes, in Italia edito da Bompiani.

Il gioco è semplice e scoperto fin da subito: dopo 80 anni dalla sua morte, il Duce (Massimo Popolizio) si sveglia improvvisamente nell’Italia di oggi. Confuso e disorientato, viene salvato da una coppia gay di edicolanti e filmato casualmente dal giovane regista Canaletti (Frank Matano).

Sono tornato
Massimo Popolizio e Frank Matano

Canaletti è un aspirante documentarista imbranato e incapace, candido e sfigato, che lo porta in giro per l’Italia per sondare le possibilità di un suo ritorno. Quando propone il girato al vice-direttore della tv dove lavora (Gioele Dix), Benito viene scambiato per un comico. Così la direttrice (Stefania Rocca) lo fa diventare il protagonista di un pericoloso show, ben presto acclamato da pubblico e critica.

Lo sceneggiatore Nicola Guaglianone (Lo chiamavano Jeeg Robot, L’ora legale, Benedetta follia) ricorda una massima del suo guru David Mamet: l’unica seconda chance che uno ha è quella di commettere lo stesso errore. Mussolini capisce che il fato gli ha dato una seconda possibilità per portare il Paese alla vittoria. Così Sono tornato diventa una satira amara sulla memoria, sulla necessità di non dimenticare la lezione della Storia.

Sono tornato: Mussolini nell’Italia di oggi

Agitando lo spettro dell’antipolitica, del populismo e dello sfruttamento dei media, Miniero e Guaglianone vogliono mettere lo spettatore di fronte alla propria mostruosità. Perché Mussolini “non è un alieno, fa parte della riflessione morale sul nostro Paese”. Lo votereste il 4 marzo? La reazione della gente all’incontro con il Duce non è inorridita, anzi. Il pubblico si diverte ed è disposto al perdono, apprezza il suo pensiero, non si oppone all’idea di un totalitarismo schiacciante. L’unico moto d’orrore è per un cagnolino ucciso dal sensibile Benito. L’unica a riconoscerne la ferocia è un’anziana ebrea che riuscì a sfuggire le leggi razziali.

È qui che la commedia si tinge di tragico. Ma a conti fatti, Sono tornato rinuncia quasi del tutto all’intrigante formula mockumentary dell’originale (il “finto documentario” nel quale la finzione si confonde con il reportage) e spinge su una drammaturgia da commedia all’italiana “cattiva” che si dimostra fin troppo inoffensiva. Restano così gli attori, su tutti uno straordinario Massimo Popolizio che non diventa il Duce ma è il Duce, ovviamente a modo suo. Peccato il film non sia all’altezza della sua performance. Forti perplessità invece per Frank Matano: il motivo per il quale questo ragazzo della provincia di Caserta sia così apprezzato (o faccia ridere) resta un mistero.

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